In storie, viaggi

C’è solo una cosa che serve quando ti ritrovi a 26 anni, di nuovo single e con un lavoro che per certi versi ti fa sentire in gabbia: un viaggio. Da sola.

E’ così che ho cominciato. E’ così che ho deciso che il viaggiare sarebbe stata la mia priorità nella vita. Almeno per un po’.

E specifico ‘da sola’ perché è una scelta anche quella. Ho amici, ho avuto fidanzati e ho viaggiato con loro. Ma la sensazione che ho provato appena atterrata a Parigi, la prima volta da sola, lontana da tutto ciò che mi era familiare, non l’ho ancora provata per nient’altro. Anzi si, è la stessa sensazione che ho quando le sere d’estate, giro in bici per la mia città, con la musica nelle orecchie e ogni santa volta mi scappa un sorriso. E’ sempre stato così fin da quando ero piccola, ho scoperto col tempo cosa fosse quel sorriso, che veniva fuori spontaneo senza che me ne accorgessi, era felicità.

Che a differenza della sofferenza o dell’ansia, dura giusto il tempo che tu te ne accorga.. Ecco perché chi non riesce a trovarla nelle piccole cose allora forse dovrebbe smettere di cercarla.

Ed è esattamente la stessa felicità che ho provato la prima volta che ho girato l’angolo in una calle di Venezia e mi sono resa conto di essermi persa (in una città che conoscevo a memoria oltretutto). La stessa provata a Montmartre mentre vagando senza meta, un ragazzo mi ha fotografata da lontano pensando fossi una parigina.

E quindi ogni anno c’è un momento, o un periodo, chiamatelo come volete, in cui mi dico ‘E’ ora!’ e comincio a pensare a dove andare.

Troppi posti da vedere per una vita sola. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare..

L’ultima volta ho scelto una meta lontana, per niente turistica, la classica città dove ritrovare se stessi e un po’ di tranquillità: New York. Eh si!

Mi ero appena lasciata con un ragazzo che ci teneva tantissimo ad andare prima o poi. Io, come qualsiasi essere umano volevo vederla ovviamente…E il campionato NBA stava per iniziare (Si mi piace il basket, abbastanza.) Mi parevano motivi più che sufficienti.

Quindi ho iniziato, come faccio sempre, a informarmi. Facendo zapping tra un sito e l’altro. E ho iniziato anche ad avere un sacco di dubbi. Il passaporto, i soldi, il clima, la lingua, l’assicurazione… Ma ripeto, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Quindi una spunta alla volta. Prima il passaporto.

Poi il periodo in cui andare. Beh quello è stato facile, c’era il mio compleanno, la ‘mia’ squadra giocava a Brooklyn proprio in quei giorni e in più accendevano l’albero di Natale al Rockfeller Center.

Poi l’assicurazione sanitaria. Ho letto molto al riguardo, stando via solo otto giorni era necessaria? E se poi non succede nulla butto cento euro che potrei spendere in shopping? Si però se mi succede qualcosa lì? L’ho fatta alla fine. Non è successo nulla ovviamente (Avete presente la maledetta legge di Murphy?Ecco..).

Poi la lingua. Ma con tutte le serie tv americane che guardo in lingua originale non avrò problemi figuriamoci.

E il jet lag.. Chissà se lo sentirò..

I soldi… devo cambiare i soldi. E quanti?

Oddio e il cellulare? Il piano tariffario? L’adattatore per il caricabatteria?

AH! Troppe cose da fare, non ce la farò mai.

E invece il 28 novembre 2014 alle 9 di mattina ero in aeroporto a Venezia, con un’ansia mista ad eccitazione pazzesca.

In aeroporto bisognerebbe sempre arrivare in anticipo, ma io proprio esagero. Mi piacciono gli aeroporti. E’ un po’ come quel punto in cui due binari diversi si incrociano per poi non incontrarsi più. Persone con storie diverse, che non sanno nulla l’una delle altre, ognuno con le proprie vite, che per caso, nello stesso giorno, alla stessa ora, nello stesso posto, s’incrociano. Per poi magari finire in parti opposte del pianeta.

Quindi come dicevo, mi piacciono. Mi piace arrivare la, bere il mio caffè, che non so come, ma ha sempre un gusto diverso dal solito, sedermi sui divanetti e osservare..

Osservare tutta quella gente, che non sai dove va’, o se lo sai non sai il perché.. e allora provi a inventarti quale potrebbe essere la loro storia.

Sono strana si.

Poi però arriva anche il momento di imbarcarsi, e allora tutte quelle persone diventano in realtà una ventina che prendono il tuo stesso aereo e che siano due ore o quattordici di viaggio, quando scenderete ti sembrerà di conoscerli da sempre.

Era il mio primo viaggio oltreoceano, quindi il più lungo fatto. Avevo paura di annoiarmi, di non riuscire a dormire, di impazzire…

Invece dopo otto ore, seimila km, quattro film, un kitkat e una cena a base di polpette che credo di dover ancora digerire, sono atterrata.

Era quasi sera ormai, buio e l’idea di farmi un’ora di metro per arrivare in albergo non mi allettava e poi ero stanca morta. Quindi esco dall’aeroporto, ondata di aria gelida in faccia, ma era aria di New York.. e via a cercare un taxi.

E’ stato più facile del previsto perché c’è una postazione apposta davanti all’aeroporto, ci si mette tutti in fila e a turno, senza chiamarli, arrivano i taxi per tutti.

Il tragitto l’ho passato con uno sguardo ebete a osservare tutto fuori dal finestrino, ad ascoltare l’autoradio cercando di capire cosa dicessero. E no, non ci capivo nulla, infatti ho iniziato ad avere l’ansia della lingua.

Poi arriva il momento di attraversare il ponte di Brooklyn. Cercavo di realizzare, ma non ci riuscivo a credere ancora.

Ero veramente a New York. A New York… sola!

Mi è esploso un sorriso in faccia, che Joker può solo sognarselo.

Sensazione che difficilmente riuscirei a descrivere.

Post recenti
Contattami

Illeggibile? Cambia il testo. captcha txt