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bryant park new york

Un viaggio da sola a New York. (parte 4)

Un viaggio da sola a New York City

Si sempre a New York. (QUI la parte 3)
Allora dopo una colazione, sufficiente a darmi scorte per tutto l’inverno, ho iniziato a pensare a come affrontare la giornata.

Piovigginava fuori, quindi ho deciso che era arrivato il giorno giusto per i musei.  Direzione MoMa.

Sinceramente non saprei che dirvi al riguardo. Io personalmente, non credo ci ritornerei. Ma c’è anche da dire che sempre io, ho fissato per 15 minuti una bottiglia di Gin abbandonata per terra in una delle sale, pensando fosse un’opera.

Finché un addetto non l’ha presa e cestinata. Quindi potete ben capire quanto io ci capisca di arte.

Sono uscita dal museo con la sensazione di aver sprecato tre ore. (CAPRA, CAPRA, CAPRA)

Il resto del pomeriggio l’ho moma new yorkpassato a zonzo tra Greenwich, Soho e Little Italy. L’essenza di New York, secondo me, è tutta là.

In realtà ero andata per cercare la casa di Carrie (Sex&theCity per chi non lo sapesse, anche se vi meritereste due sberle se non lo sapeste). Alla fine l’ho trovata, ma ovviamente stavano facendo lavori e quindi mezza facciata era coperta, da un telo gigante con la scritta ‘MAINAGIOIA’.

Quella pioggerellina malefica comunque mi stava facendo saltare tutti i piani. Niente visita panoramica all’Empire, niente pattinaggio sul ghiaccio, niente zoo a Central Park.

Potrei andare a Brooklyn e farmi tutta la passeggiata sul ponte”. Daje!

Mezz’ora di metro per arrivare al punto dove avrei dovuto cambiare treno. E per rendermi conto che, nel frattempo fuori aveva iniziato a venire giù il diluvio universale.

Ok beh, piano B.

Rientro in metro per tornare verso il centro. Anzi mi correggo, provo a rientrare in metro, ma da buona samaritana avevo strisciato la card cinque minuti prima per far entrare un ragazzo che era rimasto chiuso fuori, cosi ora, ero io quella chiusa fuori.  Niente metro, ok.
Risalgo in superficie, ormai era buio, cellulare completamente scarico, pioggia a dirotto e nessuna idea su dove cavolo fossi. E mo’?

E mo’ ti arrangi.

Ho iniziato letteralmente a vagare a caso, sotto l’acqua, in cerca di uno Starbucks almeno per caricare il telefono e cercare di capire in che parte dell’emisfero terrestre mi trovassi.

E voi sapete perfettamente come funziona. A NY ci sono Starbucks ad ogni angolo… quando non ti servono. Ma quando ne cerchi uno, il più vicino si trova sicuramente ad almeno 10 km.

L’ho trovato, ci sono rimasta giusto il tempo di caricare il telefono il minimo per riuscire a tornare in albergo, anche perché ero completamente fradicia, fuori c’erano 2 gradi e i km di camminata giornalieri iniziavano a farsi sentire.

Mi avvio per tornare, un po’ sconsolata lo ammetto.
Fortunatamente ero a New York e New York non permette che tu ti possa sentire sconsolata.
Sono passata per caso davanti al Bryant Park. Ero davvero stanca e avevo veramente tanto freddo, ma c’erano dei mercatini natalizi, musica e profumo di cannella nell’aria, non potevo non andare a vedere cosa c’era. E ho fatto bene.

Circondata dai mercatini, nascosta dai grattacieli, c’era una pista di pattinaggio sul ghiaccio.

Coppie, bambini, famiglie..tutti a pattinare. Ecco cos’è NY a Natale.

Il sorriso che mi si è stampato in faccia…Va beh, ma che ve lo dico a fare!

bryant park new york

Sono rimasta là per un po’ a godermela, il freddo, la stanchezza, i mainagioia… tutto era in standby.

Poi però mi sono ripresa, sono corsa in albergo per farmi una doccia calda e non vedevo l’ora di uscire di nuovo per scoprire qualcos’altro.

Iniziavo anche ad avere un po’ di fame ad essere onesta, quindi ho cominciato a guardarmi intorno per cercare un posto dove cenare. Alla fine sono capitata in una tipica tavola calda, tavoli larghi, panche in pelle rossa, cheeseburger giganti, ma soprattutto partita in diretta. Mi ricordo di aver iniziato in quel momento a considerare seriamente l’idea di trasferirmi per vivere là.

Ho pagato il conto, chiacchierato un po’ con uno dei camerieri che mi aveva fatto i complimenti per la mia fantasticissima felpa natalizia (meritatissimi aggiungerei) e sono uscita.

Appena messo fuori il muso, ho avuto un brivido. Mi sono accorta che non solo avevo appena ricevuto dei complimenti, ma che non avevo nemmeno avuto bisogno di chiedere di ripetere. Avevo capito cosa mi aveva detto!

Diciamo che New York era decisamente riuscita a farsi perdonare per la giornata!

Ma non era ancora finita.

DA SOLA A NEW YORK CITY

Ero stanca, finita, ma non volevo dormire, quindi ho optato per una passeggiata verso il Rockefeller Center, dove proprio quel giorno avevano acceso l’albero.

New York si veste natalizia già da metà novembre e ammetto che è qualcosa di spettacolare.

Ma non è veramente Natale finché non accendono quell’albero.

Avevo visto quell’immagine miliardi di volte. In poster, cartoline, film… ma quando me la sono trovata davanti, sono stata pervasa da un incredibile voglia di cioccolata calda, regali da scartare e di maglioni con le renne. Banale? Può essere.

rockefeller center natale

Ma oh, so’ bravi sti americani!

Non contenta di tutto ciò, tornando verso l’albergo sono passata di fronte ad una libreria immensa.

Perché no?’ ho detto.

Beh tanto per cominciare perché sono libri e non vestiti. E poi perché oltretutto sono in inglese. Cosa entri a fare?!

Sono entrata.

Sono entrata e ho trovato ciò che mai avrei pensato di trovare. Totalmente inaspettato e imprevisto.

Premetto che dal 1994 ho una leggerissima passione per Nightmare Before Christmas.Leggerissima.

Beh, li in quella libreria, ho trovato (in edizione limitata per il 20esimo anniversario) la versione del libro scritto e illustrato con i disegni originali di Tim Burton.

Se l’ho comprato o meno, lo lascio immaginare a voi.

Va bene New York ho capito, ti ho perdonata, adesso puoi smetterla di fare la splendida.. mi hai convinto!

Avevo ancora 3 giorni, secondo voi ha smesso? No, per niente

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Viaggio da sola a New York (part. 3)

Ah ma siete ancora qua a leggermi? (QUI la parte 2) Io speravo di potervi raccontare tutto in poche righe. Ma proprio non ce la faccio… Non odiatemi. Ma con New York è impossibile.

Ma torniamo a quel pomeriggio. Dove mi avevate lasciata? A vagare per Central Park sicuramente…

Ecco beh, dopo quella della biblioteca, arriva la seconda idea geniale della giornata: andare ad Harlem a vedere il Rucker Park. (Per chi non mastica basket, è un campetto storico che volevo vedere assolutamente).

Essendo ad Harlem, mi era stato detto ‘Vai tranquilla, è come la stazione di Padova, se ci vai di giorno non c’è nessun problema!’. E andiamoci di giorno allora.

A piedi era infattibile, in metro mi seccava essendoci il sole, prendiamo il bus quindi… Ogni 15 secondi una fermata, ogni 15 secondi saliva gente sempre meno raccomandabile.

Allora, premetto che non sono razzista ovviamente e che anzi Martin Luter King mi stava simpatico, stima proprio… ma ho visto fin troppi film per non sapere che fine fa’ una ragazza ad Harlem da sola.

Io ve lo giuro, dopo dieci fermate l’autista continuava a lanciarmi occhiate dallo specchietto del tipo ‘Ti sei persa o sei semplicemente idiota?’ e io rispondevo con le mie occhiate da ‘Entrambe le cose zio!’.

Verso le ultime fermate l’ansia aveva iniziato a salirmi. E non poco.

Già mi immaginavo come nei film, io rincorsa che scappo per quei vicoli strettissmi tra i palazzi in mattoni con le scale antincendio a vista, rovesciando cassonetti, fin quando arrivo in un vicolo chiuso da una rete che dovrei saltare per salvarmi… e li niente basta, mi arrendo perché non sono così agile. E allora Studio Aperto farà un servizio su di me, con i miei selfie più brutti… Ok basta scusate, a volte mi lascio trasportare troppo.

Comunque alla fine sono arrivata al capolinea, mi alzo per scendere con il cuore in gola e la vecchina di colore, seduta di fronte a me si gira e mi dice “Ma tu sei proprio sicura che dovevi scendere qua?”. Gelo nel sangue.

O mio Dio, morirò! Morirò e non avrò mai detto al tipo che mi piace, che lo amo.

Beh ormai dovevo scendere per forza. Scendo, ma del campetto manco l’ombra, mi guardo intorno, cerco con il telefono… Nulla. E adesso? Mi guardavano tutti. E sicuramente non perché io meritassi di essere guardata.

Sconsolata attraverso la strada per riprendere l’autobus e tornare indietro. Delusissima.  ED ECCOLO!

Mi sono seduta sugli spalti, quatta quatta, per non disturbare. Ma sono durata giusto il tempo di rendermi conto che mi mancava solo una grossa freccia luminosa sopra la testa che indicasse la presenza della classica ragazza bianca, vestita da collegiale, seduta sugli spalti a vedere una partita di basket amatoriale in una tra le zone più malfamate della città. FUGA!

Risalgo sul bus per tornare. L’autista era lo stesso dell’andata e quando sono salita mi ha guardata e ho capito che aveva trovato risposta alla sua precedente domanda. Sono idiota si!

L’ho salutato con un cenno di capo che spero abbia percepito come un ‘Che questa cosa rimanga tra noi due, grazie!’ e sono scesa sulla Fifth Avenue. La via dello shopping. Il centro del mondo.

Non credo di essere in grado di spiegare cosa possa essere per una donna, la Fifth Avenue. Soprattutto sotto Natale.natale a new york

H&m, Victoria’s Secret, Tiffany.. tutti uno dietro l’altro senza nemmeno darti il tempo di riprendere fiato da quello precedente.

So che i maschietti difficilmente potranno capire, ma è un po’ come per voi riverdere il gol di Roby Baggio in Italia-Cecoslovacchia o per i cestisti i 13 punti in 35”di T-Mac. Non so se ho reso l’idea.

Comunque dopo aver dato fondo alla carta di credito sono tornata in albergo. Secondo giorno e già iniziavo a pensare a come avrei fatto a far stare tutto in valigia.

Ma non era il momento di preoccuparsene. L’unica cosa a cui pensare in quel momento era farmi la doccia e andare alla ricerca di quel ristorante italiano nell’East Village, che mi avevano consigliato.

ALT! So cosa state pensando, “Questa va’ a NY e cerca ristoranti italiani”. No, non è come sembra. Non ci sono andata per la cucina, bensì perché mi avevano detto che avrei potuto incontrarci giocatori NBA.

Ed è vero, confermo! Solo che io sono andata a cena la domenica sera e Belinelli il lunedì invece. Perché non sia mai che i ‘𝓜𝓪𝓲𝓷𝓪𝓰𝓲𝓸𝓲𝓪’ mi lascino in pace almeno in vacanza.

(Marco, se mi leggi, ero io quella sera a farti fischiare le orecchie!)

Ma in ogni caso, come avviene sempre quando pensi di sapere cosa ti aspetta, l’universo ti lancia una palla curva. E quindi devi improvvisare. Sono arrivata al locale (Via della Pace), senza grandi aspettative. Convinta che avrei passato una piacevole serata, sorseggiando vino, seduta al bancone ad osservare lo svolgersi di una classica serata newyorkese.

Non avevo minimamente considerato l’ipotesi di poter conoscere qualcuno.

Entro in questo localino, piccolo, ma proprio quello che t’immagini di trovare a New York. Luci soffuse, piccoli tavoli con candele e atmosfera che ti fa venir voglia di sederti al bancone a raccontare i cavoli tuoi al barista. Bellissimo!

via della pace new york

Prendo posto al bancone si, ma con vista sulla strada.

Arriva subito il proprietario, un ragazzo di Roma, laziale fino al midollo e anche un po’ fuori di testa. Ma dopo i classici convenevoli tra connazionali, mi porta il mio bicchiere di vino e questo è bastato per starmi subito simpatico.

Ed è così che funziona no?! Tu sei li, seduta con in tuo bicchiere di vino, i tuoi pensieri, guardando fuori New York che si prepara per la serata e pensi che sei proprio dove vorresti essere, senza desiderare di più.

Finché non ti si siede un ragazzo vicino. Ordina da bere in italiano. E allora cominciate a fare due chiacchiere.Il bicchiere di vino si trasforma in una bottiglia.Le due chiacchiere si trasformano in una conversazione. E la piacevole cena tranquilla si trasforma in «Cavolo ma sono quasi le 2 e mezza?!».

Lo so è incredibile. Ma la vita a volte ha questa capacità di sorprenderti proprio quando ti aspetti che più nulla possa riuscirci.

Sarà stato il vino, New York o la mia solita incoscienza, fatto sta che ho acconsentito che mi riaccompagnasse in albergo. Anche perché è vero che New York è una città parecchio sicura, ma avevo la netta sensazione di aver consumato tutta la mia dose di culo mensile ad Harlem al pomeriggio. E non volevo rischiare.

Il vino comunque ha avuto la meglio e quindi in metropolitana ci siamo baciati. Per tutto il tragitto a dir la verità.

Ed è li che ho finalmente capito cosa intende la gente quando dice «Eh ma se vuoi veramente imparare una lingua nuova devi andare all’estero.»

In ogni caso è stato molto gentile e carino per tutta la sera, ma non abbastanza da convincermi a lasciargli il numero. Quindi ho voluto fare la misteriosa del tipo «Se vorrai, in qualche modo mi ritroverai comunque», ma che in realtà tradotto era “Ascolta è stata una bella serata, un limone non si nega a nessuno ma noi non siamo i protagonisti di Serendipity.  Addio”. E sono rientrata in albergo.

Sono crollata a letto, ripetendomi “Fa’ che domani non me lo ritrovi davanti all’albergo! Fa’ che domani non me lo ritrovi davanti all’albergo! Fa’ che domani non me lo ritrovi davanti all’albergo!”.

La mattina seguente, a parte un epico mal di testa da vino, non ho avuto sorprese. E potevo continuare la mia vacanza da eremita, in cerca della pace interiore.

Va bene, sto scherzando, non giudicatemi!

 Ma torniamo a New York City, perché anche se non sembra, ero solo al terzo giorno.

Non avevo programmato ancora nulla per la giornata, l’unica cosa sicura era che avevo veramente fame.  Cercando un posto per la colazione, ne ho trovato un altro “So cute”. (‘Cafè Un, Deux, Trois’Segnatevelo. )cafe un doix trois new york

Avevo ancora un po’ di postumi, quindi colazione abbonante, aggiornamento del diario sulla sera precedente e… ho una nuova giornata davanti, cosa potrei fare?!

Intanto godermi la colazione, godetevela con me.. al resto ci pensiamo la prossima volta.

P.S.: Ah, alla fine sono sopravvissuta ad Harlem, ma il tipo che mi piace ancora non sa nulla!

per leggere la parte 4 QUI

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Viaggio a New York da sola (parte 2)

Dov’eravamo rimasti? Ah si, appena arrivata a New York.
Eh, vorrei tanto dirvi che ho messo giù la valigia in albergo e sono uscita per una prima esplorazione, ma no. Sono morta a letto. Si lo so, sono una sfigata.. appena arrivata a NY e vai a letto? Beh si.

Il Jet leg non perdona nessuno.

In compenso alle cinque di mattina ero sveglia. Sveglissima anzi. Si perché ho aperto gli occhi, entrava luce, mi sono girata verso la finestra e ho visto questo…

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Quindi ho realizzato dove fossi.
Ho realizzato anche che non mi sarei più riaddormentata, ero a New York checazzo! La città che non dorme mai, non vedo perché avrei dovuto dormire proprio io allora.

Però erano le cinque di mattina, dove cavolo potevo andare a quell’ora?!

Ho temporeggiato, recuperando la password per il wi-fi mi sono ricollegata al mondo, classici messaggi di rito ai miei per avvisarli che ero ancora intera, alle sorelle per fare invidia e a tutta facebook che altrimenti si sarebbe chiesta che fine avessi fatto, aggiornato il diario, breve ripasso del programma (Si avevo un programma! Ma per lo più erano posti dove mangiare, perché io i viaggi li organizzo così.) e fuori finalmente.

Messo piede fuori dall’albergo mi sono resa conto subito, marciapiedi larghi, strade ancora più larghe, odore di cucina cinese già alle otto del mattino, gente con biberoni di caffè in mano e fumo dai tombini…esagero? Giuro di no. Era davvero New York. Ed è incredibile perché non c’ero mai stata, ma al tempo stesso l’avevo già vista milioni di volte e nonostante tutto naso all’insù e bocca aperta per tutti gli otto giorni.

Il programma della giornata comunque prevedeva colazione da Starbucks (si lo so, è vergognoso, ma era il primo giorno e mi mancavano i loro muffin delle dimensioni del Canada) , poi visita a Madame Liberty, passando per Wall Street. Potevo prendere la metro, ma nelle città preferisco perdermi camminando e poi era una splendida giornata… no ok sto mentendo. Avrei dovuto fare l’abbonamento e c’ho anche provato, ma giuro su Dio che la metro di NY è un casino assurdo. Volevo evitare il primo giorno di salirci e ritrovarmi nel Bronx.E quindi ho optato per una passeggiata.
La mappa diceva che non era poi così distante. Beh sapete una cosa?! La mappa mentiva. E poi io non so leggere le mappe.

Ho camminato, parecchio, ma lo rifarei subito (solo strade interne, mai le principali, perché secondo me la vera città è quella), fino Battery Park, punto più basso della città, dove prendere il traghetto per Ellis Island.
Era il 29 novembre e sono scesa dal traghetto con le stalattiti che mi scendevano dal naso.. freschetto!

Su consiglio di amici ho evitato di scendere alla fermata della Statua, anche perché Madame Liberty è come Madame Gioconda. La loro fama è inversamente proporzionale alla loro dimensione. Dunque ci sono solo passata davanti e mi sento di inoltrarvi il consiglio. Ma al museo dell’immigrazione andateci.  Male non fa’.

Tornata da là, ho fatto un giretto in zona e poi shopping. Si era solo il primo giorno e c’era molto da visitare, ma sono una donna, ero a NY ed era sabato, che cosa vi aspettavate? Musei?!

Non mi soffermerò a raccontarvi dei negozi, perché potrei passare dallo scrivere un articolo allo scrivere un libro, senza nemmeno accorgermene, MA.. mi limiterò a dire AAAAAAWWWW. (faccina con gli occhi a cuore).

Torniamo a New York, finito lo shopping, mi sono avviata… Dove? Da nessuna parte ad essere onesta. Proprio a caso. E sempre a caso sono arrivata in un parco, posto perfetto per mangiare il pretzel che mi ero appena comprata.

4$ di pretzel, infatti credo di avergli detto ‘MECOJONI’ al posto di ‘Grazie’ quando me l’ha consegnato.
Ammetto che quel pretzel però poteva sfamare almeno tutto il terzo mondo, tant’è che l’ho smezzato con gli scoiattoli.

Ero incantata da quel parco, che poi ho scoperto essere City Hall Park. Non era niente di particolare in realtà, sarà stata l’aria di neve o il fatto che fosse circondato da grattacieli altissimi o per gli scoiattoli che rendono sempre tutto un po’ più fiabesco, fatto sta che se dovessi mai fare da guida a qualcuno, sicuramente lo porterei la a smezzare un pretzel in quel parco.

Alla fine sono riuscita a prendere la metro per tornare in albergo. Nel tardo pomeriggio, perché essendo sabato sera volevo poi uscire di nuovo per fare un giretto la sera. Quindi sono tornata, doccia veloce, aggiornamenti via whatsapp e.. ho preso sonno. Che amarezza, lo so. Ma a mia discolpa vorrei dire che era il jet lag, non sono sempre cosi.

Comunque è stato un errore madornale, mi sono ‘svegliata’ dopo due ore dicendo ‘Oibò ma in che epoca mi trovo?!’, quindi mi sento di consigliarvi: se mai doveste sentirvi stanchi al pomeriggio, CAFFE’, CAFFE’, CAFFE’, NON DORMITE! Indescrivibile la fatica che ho fatto per alzarmi, vestirmi e uscire.

Metropolitana fino a Time Square, sconsigliata a chi soffre di attacchi epilettici tra l’altro. Se devo essere onesta, non mi ha colpito granché. Caratteristica, sicuramente da vedere una volta, ma non è come te l’aspetti.time square new york
Sapete invece cosa mi ricordo bene di quella sera? Gli hot dog.  Spaziali. Però uno non basta, vi avviso già.

30 novembre
Secondo giorno, la storia si ripete, sveglia biologica alle 5.30.

Ho preso tempo e pianificato il programma. E per ‘pianificato il programma’ intendo dire che ho scelto un posto dove fare colazione. Volevo i pancake punto e basta. Beh fidatevi di me se vi dico che ho trovato IL posto dove mangiarli.
Precisamente Perishing Square, esattamente di fronte a Grand Central Station (che va’ vista).perishing square new york pancakes

Le recensioni consigliavano di prenotare, ma essendo da sola, ho detto ‘provo’e ciao.. non avrei neanche saputo come prenotare al telefono, mica per altro.
Effettivamente c’era una fila infinita di persone, stavo quasi per mollare ma visto che ero da sola hanno trovato un posticino subito.

PANCAKE E ATMOSFERA NATALIZIA

Nonostante il via vai pazzesco di gente e camerieri, l’aria era molto rilassata, natalizia e domenicale. Famiglie, coppie, turisti… e io. Da sola, come una povera stronza.
Ammetto che mangiare da sola all’inizio mi creava un po’ di disagio, quindi scrivevo, consultavo le cartine o chiamavo il servizio clienti Vodafone per far finta di avere almeno qualcuno che mi cercasse.  Poi grazie a Dio mi sono abituata e ho iniziato a occupare il tempo godendomi il momento e osservando quello che mi circondava…
Detto ciò, dopo il pain au chocolat di Parigi, questa è la colazione più buona che io abbia mai fatto. Premettendo che fosse per me mangerei ogni 15 minuti, vi dico solo che quel giorno non ho più toccato cibo fino alle 18 di pomeriggio. Mai ingerito cosi tanti zuccheri in vita mia.
Piatto di 4 pancake, grandi circa quanto un 45 giri, noce di burro da metterci in cima e da far sciogliere con una colata di sciroppo caldo, succo e una tazza di una sbrodaglia acquosa che mescolata al latte aveva un lontanissimissimo retrogusto di caffè.
Madonna mi sta aumentando la salivazione solo a ricordare.
Comunque era il primo pasto serio che facevo in un ristorante, quindi dovevo pagare e lasciare la mancia.

Eh, cosa ci vuole, direte voi? Eh non lo so, ma non l’avevo mai fatto e quindi mi ero perfino scaricata l’app. che mi diceva in base al conto quanta mancia lasciare per non fare la figura della poveraccia. (…)
Ti lasciano il conto, ci metti la carta di credito dentro, scrivi a penna l’importo della mancia che vuoi lasciare e loro si arrangiano. Taaac!

Pago, esco e mi dirigo rotolando verso la biblioteca pubblica, praticamente a due passi.
Che figata la biblioteca pubblica! Quella dove doveva sposarsi Carrie. Quella dove i Ghostbuster hanno avuto il loro primo incarico. Quella dove io sono arrivata ed era chiusa perché era Domenica. Quante bestemmie!
Ecco cosa vuol dire cercare i posti dove mangiare ma non controllare le aperture dei posti da visitare. Brava Michi!
Va beh, era comunque una bella giornata e non faceva freddo, quindi passeggiata fino al palazzo dell’ONU. La visita è andata più o meno cosi: ‘Ah è questo il palazzo dell’ONU. Ok visto’. Spallucce e via.

Forse anche perché con la mente stavo già pensando di andare a Central Park e non riuscivo più a pensare ad altro. Quindi sono andata verso.
Sono stata dentro a vagare senza meta per circa 3 ore, e ancora ritengo che siano state poche.central park autunno

Senza meta’ perché coincidenza vuole che tra le varie statue sparpagliate per il parco, l’unica che volevo davvero vedere (Balto), l’abbia trovata proprio appena entrata. Quindi il resto del tempo me lo sono goduto senza ricerche.
Ora, io vorrei veramente provare a raccontarvi cos’è stato per me quel parco. Come si è presentato, con quello strascico di colori di un autunno non ancora finito, con quella New York fatta di sterili grattacieli che lo circonda quasi a proteggerlo.. vorrei davvero raccontarvelo. Ma fidatevi di me se vi dico che non riuscirei.
Vi ricordate il sorriso di cui vi parlavo nell’articolo precedente? Quello che ho quando mi ricordo di essere felice.. Ecco a Central Park ne ho sfoggiato uno tra i miei più belli. E glielo dedicherei altre mille volte. Pazzesco!

Quello che successe più tardi quel giorno, ve lo lascio per il prossimo episodio. Non mi abbandonate perché da lì è cominciato il bello.
…. (PARTE 3)

New York City viaggio sola

In viaggio da sola verso New York City

C’è solo una cosa che serve quando ti ritrovi a 26 anni, di nuovo single e con un lavoro che per certi versi ti fa sentire in gabbia: un viaggio da sola.

Ed è così che ho cominciato. E’ così che ho deciso che il viaggiare (sola) sarebbe stata la mia priorità nella vita. Almeno per un po’.

E specifico ‘da sola’ perché è una scelta anche quella. Ho amici, ho avuto fidanzati e ho viaggiato anche con loro. Ma la sensazione che ho provato appena atterrata a Parigi o ad Amsterdam, la prima volta da sola, lontana da tutto ciò che mi era familiare, non l’ho ancora provata per nient’altro. Anzi si, è la stessa sensazione che ho quando le sere d’estate, giro in bici per la mia città, con la musica nelle orecchie e ogni santa volta mi scappa un sorriso.

E’ sempre stato così fin da quando ero piccola, ho scoperto col tempo cosa fosse quel sorriso, che veniva fuori spontaneo senza che me ne accorgessi, era felicità. Che a differenza della sofferenza o dell’ansia, dura giusto il tempo che tu te ne accorga.. Ecco perché chi non riesce a trovarla nelle piccole cose allora forse dovrebbe smettere di cercarla.

Ed è esattamente la stessa felicità che ho provato la prima volta che ho girato l’angolo in una calle di Venezia e mi sono resa conto di essermi persa (in una città che conoscevo a memoria oltretutto). La stessa provata a Montmartre mentre vagando senza meta, un ragazzo mi ha fotografata da lontano pensando fossi una parigina.

E quindi ogni anno c’è un momento, o un periodo, chiamatelo come volete, in cui mi dico ‘E’ ora!’ e comincio a pensare a dove andare. Troppi posti da vedere per una vita sola. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare..

L’ultima volta ho scelto una meta lontana, per niente turistica, la classica città dove ritrovare se stessi e un po’ di tranquillità: New York. Eh si!

Mi ero appena lasciata con un ragazzo che ci teneva tantissimo ad andare prima o poi. Io, come qualsiasi essere umano volevo vederla ovviamente…E il campionato NBA stava per iniziare (Si mi piace il basket, abbastanza.) Mi parevano motivi più che sufficienti.

Quindi ho iniziato, come faccio sempre, a informarmi.
Facendo zapping tra un sito e l’altro.
E ho iniziato anche ad avere un sacco di dubbi.
Il passaporto, i soldi, il clima, la lingua, l’assicurazione…


Ma ripeto, da qualche parte bisogna pur cominciare.

Quindi una spunta alla volta. Prima il passaporto.

Poi il periodo in cui andare. Beh quello è stato facile, c’era il mio compleanno, la ‘mia’ squadra giocava a Brooklyn proprio in quei giorni e in più accendevano l’albero di Natale al Rockfeller Center.

Poi l’assicurazione sanitaria. Ho letto molto al riguardo, stando via solo otto giorni era necessaria? E se poi non succede nulla butto cento euro che potrei spendere in shopping? Si però se mi succede qualcosa lì? L’ho fatta alla fine. Non è successo nulla ovviamente (Avete presente la maledetta legge di Murphy?Ecco..).

Poi la lingua. Ma con tutte le serie tv americane che guardo in lingua originale non avrò problemi figuriamoci.

E il jet lag.. Chissà se lo sentirò..
I soldi… devo cambiare i soldi. E quanti?
Oddio e il cellulare? Il piano tariffario? L’adattatore per il caricabatteria?
AH! Troppe cose da fare, non ce la farò mai. (consigli utili QUI)

E invece il 28 novembre 2014 alle 9 di mattina ero in aeroporto a Venezia, con un’ansia mista ad eccitazione pazzesca.

Viaggiare cambia le persone. Un viaggio da sola ti cambia la vita.

In aeroporto bisognerebbe sempre arrivare in anticipo, ma io proprio esagero. Mi piacciono gli aeroporti. E’ un po’ come quel punto in cui due binari diversi si incrociano per poi non incontrarsi più. Persone con storie diverse, che non sanno nulla l’una delle altre, ognuno con le proprie vite, che per caso, nello stesso giorno, alla stessa ora, nello stesso posto, s’incrociano. Per poi magari finire in parti opposte del pianeta.

Quindi come dicevo, mi piacciono. Mi piace arrivare la, bere il mio caffè, che non so come, ma ha sempre un gusto diverso dal solito, sedermi sui divanetti e osservare.. Osservare tutta quella gente, che non sai dove va’, o se lo sai non sai il perché.. e allora provi a inventarti quale potrebbe essere la loro storia. Sono strana si.

Poi però arriva anche il momento di imbarcarsi, e allora tutte quelle persone diventano in realtà una ventina che prendono il tuo stesso aereo e che siano due ore o quattordici di viaggio, quando scenderete ti sembrerà di conoscerli da sempre.

Era il mio primo viaggio oltreoceano, quindi il più lungo fatto. Avevo paura di annoiarmi, di non riuscire a dormire, di impazzire…

Invece dopo otto ore, seimila km, quattro film, un kitkat e una cena a base di polpette che credo di dover ancora digerire, sono atterrata.

Era quasi sera ormai, buio e l’idea di farmi un’ora di metro per arrivare in albergo non mi allettava e poi ero stanca morta. Quindi esco dall’aeroporto, ondata di aria gelida in faccia, ma era aria di New York.. e via a cercare un taxi.

E’ stato più facile del previsto perché c’è una postazione apposta davanti all’aeroporto, ci si mette tutti in fila e a turno, senza chiamarli, arrivano i taxi per tutti.

Il tragitto l’ho passato con uno sguardo ebete a osservare tutto fuori dal finestrino, ad ascoltare l’autoradio cercando di capire cosa dicessero. E no, non ci capivo nulla, infatti ho iniziato ad avere l’ansia della lingua.

Poi arriva il momento di attraversare il ponte di Brooklyn. Cercavo di realizzare, ma non ci riuscivo a credere ancora.

Ero veramente a New York. A New York… sola!

Mi è esploso un sorriso in faccia, che Joker può solo sognarselo. Sensazione che difficilmente riuscirei a descrivere.

…continua a leggere. ‘NEW YORK PARTE 1